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TAORMINA,
23-O5-03
Oggi,
come ben sappiamo, il ruolo della scuola, non è solamente
quello di trasmettere un insegnamento culturale ai giovani, ma
di sviluppare capacità critiche e offrire loro competenze
aperte, flessibili, che gli garantiscano di affrontare i
cambiamenti posti dalla continua evoluzione sociale.
Il
nostro istituto si è adeguato a questa nuova concezione della
scuola favorendo lo sviluppo di vari progetti fra cui rientra il
nostro viaggio d’istruzione svoltosi a Taormina il 23 Maggio
2003.
La
città nacque con il nome di Tauromenium, nome che ancora
conserva anche se trasformato in Taormina, che significa
“abitazione sul Tauro”, il monte su cui sorse.
Lo
storico Diodoro attribuisce l’assegnazione del nome alla città,
sia ai Siculi che ai Greci.
Secondo
Pietro Rizzo, che ha scritto una storia su Tauromenium, furono
probabilmente entrambi i popoli a chiamarla così. Non mancano
però leggende che fanno derivare il nome da altre fonti. Una di
queste favoleggia di un Minotauro, che figura in monete antiche,
al quale attribuisce la fondazione e il nome della città.
Un’altra evoca due principi di Palestina,Taurus e Mena, che la
avrebbero fondata dandole il nome di Tauromena.
Altre
leggende hanno per protagonista Pitagora, che avrebbe parlato
nello stesso giorno a Taormina e a Metaponto, che avrebbe
placato i furori erotici di un giovane taorminese suonando il
suo antico flauto frigio. In realtà Pitagora visse in un
periodo storico in cui Taormina non era stata ancora fondata.
La
città che tutt’oggi visitiamo è il risultato di un lungo
percorso storico che va dal dominio dei Greci a quello dei
Borboni.
Tracciamo
un significativo excursus.
Nell’
VIII secolo a.C. i
naviganti greci evitavano di approdare sulle coste della
Sicilia, perché temevano di scontrarsi con i Siculi.
Nel
735 a.C. gruppi di coloni Greci,unitamente ad Achei del
Peloponneso
settentrionale, approdarono sulle coste orientali
della Sicilia. Poiché molti provenivano dall’isola di Naxos
nell’Egeo, è probabile che la prima colonia fondata abbia
avuto il nome di Naxos. Chiamarono altresì, Monte Tauro la
rocciosa altura che sovrasta la pianura, trovandola simile a
quelle dei monti del Tauro dell’Asia Minore.
Mentre
la colonizzazione greca in un primo tempo era contenuta entro
certe zone del litorale, con Dionisio il Vecchio (432-367 a.C.),
tiranno di Siracusa, fu spinta in tutta la Sicilia.
Le truppe di Dionisio infatti, dirette a
Messina ed ancora oltre a Reggio, Crotone, Metaponto, Sibari, si
trovarono il passaggio impedito dai Siculi che presidiavano il
monte Tauro,ritenuto ostacolo per il progetto espansionistico
del tiranno. Non riuscendo pacificamente ad ottenere il possesso
della roccaforte, Dionisio cercò di conquistarla con la forza.
Nel
403 a.C. avvenne l’assedio di Naxos che fu incendiata e
distrutta.
Dopo
la conquista di Naxos, Dionisio cinse d’assedio il Monte. In
una notte senza luna, imperversando una tormenta di neve e di
vento, le sue truppe, inerpicandosi per i dirupi del monte
riuscirono ad impossessarsi dell’acropoli, situata dove sorge
il teatro greco.
Ma
i Siculi, destati dalle grida di allarme delle vedette,
accorsero in massa e riuscirono a ricacciare giù i Siracusani.
Dionisio, sconfitto, tolse l’assedio e tornò a Siracusa.
Andromaco,
padre del famoso Timèo, che assunse il governo della città, è
ritenuto fondatore di Tauromenium.
La
città, posta su un’altura di 205 m, era di fatto una località
inespugnabile, soprattutto perché tre lati di essa erano
costituiti da burroni spaventosi. Nonostante ciò, i Tauromeniti
aggiunsero muri poderosi che ancora oggi sono visibili.
Nel
periodo di maggiore splendore, la popolazione di Tauromenium
contò 12 mila abitanti. La lingua dominante fu il dialetto
dorico.
In
un secondo momento la città, dovendosi difendere dalle
pericolose incursioni dei Mamertini, così chiamati dal dio
Mamerte, affidò il comando militare ad un patriota ellenico di
nome Tindarione per la durata di dieci anni. I Mamertini si
spinsero fin sotto le mura della polis di Tauromenium , ma
Tindarione la difese e la salvò.Ma Agatocle, nuovo tiranno di
Siracusa riuscì
ad
assoggettare la città. Lo storico Timèo figlio di Andromaco,
fondatore di Tauromenium, che era un oppositore del tiranno, fu
esiliato ad Atene.
Successivamente,
alla morte di Agatocle, Siracusa fu guidata da Gerone II
che riconobbe ai Tauromeniti l’autonomia. Questo fu per la
città un periodo di splendore e di benessere economico.
Si
presentava, però, per Tauromenium il pericolo dei Cartaginesi,
che dalla Sicilia occidentale cercavano di espandersi nella
parte orientale occupata dalle colonie greco-sicilitote. Col
loro poderoso esercito avevano già devastato e distrutto
diverse città.
Ma
i Cartaginesi non furono i soli ad invadere la Sicilia, dobbiamo
menzionare anche i Romani. Siracusa che alla morte di Gerone
II, aveva cessato la
politica di alleanza con Roma, venne attaccata e rasa al suolo
dall’esercito romano.La popolazione fu massacrata e trovò la
morte anche il grande Archimede.
Tauromenium,
per evitare di essere distrutta e saccheggiata come Siracusa,
avviò una politica di amicizia verso Roma
finché , nel 212 a.C., si sottomise ad essa e Cesare
Ottaviano fece della città una colonia romana.
La
storia dell’impero romano abbraccia cinque secoli.Crisi e
disordini,lotte civili, trasformazioni sociali, caratterizzarono
tutta questa fase storica.Limitando l’attenzione alla Sicilia,
si rileva che la decadenza procedette inesorabile in tutti i
campi e che a lungo imperò il malgoverno. La piccola proprietà
rurale tese a scomparire, perché tartassata dagli aggravi
fiscali. Le zone agrarie dell’isola divennero preda dei grandi
speculatori italici e crebbe il numero dei diseredati.
Si
arrivò ad un tale impoverimento che gli agricoltori si
ribellarono. Molti di essi, guidati da Euno, insorsero verso i
padroni delle terre ed occuparono Enna, Agrigento, Catania e
Tauromenium. Roma inviò il console Fulvio Flacco con il mandato
di domare i rivoltosi. Assediò Tauromenium e poiché non riuscì
ad occuparla, vennero in suo aiuto i consoli Lucio Pisone e
Publio Rupilio (due vie di Taormina ricordano ancora oggi questi
due consoli).
I
rivoltosi si asserragliarono nella città e, nonostante avessero
esaurito i viveri, resistettero e lungo (pare che per
sopravvivere furono persino costretti all’antropofagia). Solo
per il tradimento di uno schiavo di nome Sepadone, il console
Rupilio riuscì ad entrare nella città. I ribelli catturati
vennero uccisi in modo atroce o vennero incatenati e portati a
Roma per dare spettacolo nei circhi, facendoli combattere contro
leoni affamati.
Durante
tutto il periodo della dominazione si verificarono diversi
episodi che evidenziarono quanto fosse difficile ai Tauromeniti
di integrarsi con i Romani.
Nel
476 a.C. cadde il potente impero romano, da tempo in progressiva
degenerazione.
Tre
furono le cause principali del crollo: l’infiltrazione dei
barbari, le pressioni degli Arabi ed infine il sorgere ed il
propagandarsi del Cristianesimo.
La
fede e la dottrina cristiane, nate in Palestina, si diffusero
presto nel mondo romano, minacciando dalle fondamenta,
l’impalcatura religiosa, culturale e sociale su cui si fondava
l’impero.
La
nuova religione arrivò presto anche a Tauromenium.
Pancrazio
da Antiochia fu ordinato Vescovo da Pietro Apostolo e fu inviato
a Tauromenium con la missione di evangelizzare i siciliani.
Nell’isola
la diffusione del Cristianesimo fu lenta e difficile, perché
ostacolata dal persistere di culti pagani e dal continuo
insorgere di movimenti eretici e scismatici.
Anche
la Sicilia conta , tuttavia, molti martiri per la fede.
Tra
questi lo stesso Vescovo Pancrazio che fu trafitto e lapidato
dai Gentili.
Per
il martirio subito fu glorificato ed oggi S.Pancrazio è il
protettore della città.
Tauromenium
fu sede vescovile fino al 1082, finché questa non venne abolita
dal conte Ruggero d’Altavilla, primo conquistatore normanno
della Sicilia.
Caduto
l'impero romano d'Occidente (V secolo d.C.), iniziarono le
incursioni sulle coste meridionali della Sicilia da parte degli
Arabi, che incitavano alla guerra santa contro gli infedeli
cristiani. Le loro razzie continuarono nei secoli VII, VIII e IX.
Nell'827 si mossero con oltre 10 mila uomini con l'intento di
occupare militarmente tutta la Sicilia. Sbarcarono a Mazara e
completarono l'invasione con la conquista di Tauromenium nel
902. La città resistette a lungo agli attacchi, finché, il 1°
Agosto del 902, l'emiro Ibrahim Ibn Ahmed non riuscì ad entrare
da Porta Cuseni, poi detta Porta dei Saraceni, proprio per
l'infelice ricordo dell'invasione.
La
città fu saccheggiata e distrutta. Donne, vecchi e bambini,
ovunque fossero trovati, anche dentro le chiese, furono
trucidati. Monumenti e chiese furono abbattuti. Il vescovo di
Tauromenium, Procopio, fuggiasco con un gruppo di tauromeniti,
fu riconosciuto e catturato. Ibrahim ordinò di spaccargli il
petto ed, estrattogli il cuore, lo mangiò in pubblico (il
martirio di S. Procopio è ricordato in un affresco nella chiesa
di San Pancrazio). Gli Arabi, mentre erano stati predatori e
sanguinari nelle loro scorribande, si dimostrarono saggi
nell'amministrazione dei territori occupati. Portarono
importanti innovazioni nell'agricoltura (produzione del miele,
del gelso, dell'arancio e del limone), nelle tecniche per la
captazione della acque e nei sistemi d'irrigazione. Si diffuse
la filosofia classica, progredirono gli studi della medicina,
della chimica e della matematica (la numerazione ancora
oggi in uso è quella araba).
Durante
il periodo in cui l'Islamismo fu in grande espansione, ai
Cristiani fu consentito di vivere secondo la loro fede; era solo
vietato costruire nuove chiese, portare la croce nelle
processioni e suonare le campane.
In
ogni città dell'isola e, quindi, pure a Taormina, si notano
tuttora le tracce dell'occupazione araba. In particolare, la
presenza araba portò un significativo arricchimento
linguistico.
La
politica pontificia affidò l'impresa dell’offensiva contro
gli Arabi ai Normanni che, capeggiati da Tancredi D'Altavilla,
erano, tra i gruppi dei soldati di ventura, i più temibili per
brama di preda, per audacia e per spietatezza. Nel 1087 i
Normanni occuparono l'intera isola e si trovarono innanzi al
problema di sanare le tremende ferite della guerra. In questo
compito furono eccellenti, dimostrando di essere una delle
dinastie più illuminate del tempo. Si avviò indubbiamente con
essi una nuova era di prosperità per la Sicilia..
La
lingua ufficiale preesistente - un misto di greco e arabo - si
trasformò e la parlata comune si arricchì di nuove
acquisizioni lessicali, sintattiche e fonetiche. Nacque così la
cosiddetta lingua volgare.
La dinastia normanna si esaurì negli ultimi decenni del secolo
XII.
Dopo i Normanni, la Sicilia fu dominata dagli Svevi. Federico II
(l194-1250) fu uno dei protagonisti più illuminati della storia
della sua epoca. Durante il suo regno, Taormina godette di un
periodo di prosperità mai avuta in altri tempi.
Il dominio svevo, tuttavia, non durò per molto tempo, anche per
la netta ostilità del papato.
Nel
1266 il papa francese Clemente IV incoronò re di Sicilia Carlo
d’Angiò. Taormina, Catania, Caltanissetta, Agrigento e ad
altre città rifiutarono l’incoronazione e si schierarono a
favore di Corradino di Svezia, re appena sedicenne. Questi, per
l’ovvia inesperienza dovuta alla giovanissima età, non era in
condizione di fronteggiare il più esperto Carlo d'Angiò. Il 29
Ottobre 1268 fu sconfitto e barbaramente decapitato in Piazza
del Mercato a Napoli. Successivamente, l'esercito di Carlo D'Angiò,
composto da avventurieri assetati di bottino e di terre, occupò
la Sicilia. Iniziò, così, quella che molti hanno definito la
mala signoria degli Angioini.
Gli abitanti furono sottoposti a nuove tasse e perfino alle
cosiddette collette regie.
Investì,
con la sua carica indipendentista, anche Taormina, ove i frati
francesi furono costretti a fuggire dai monasteri per mettersi
in salvo.
Palermo, determinata a scacciare gli Angioini dalla Sicilia,
chiese l'intervento del Re Pietro III d'Aragona. Questi sbarcò
a Marsala e in poco tempo occupò l'intera isola.
L’occupazione militare della Sicilia da parte dell’esercito
di Pietro III determinò una nuova spaccatura del regno delle
due Sicilie: la parte peninsulare, con a capo Napoli, rimase
sotto il dominio degli Angioini, mentre l’isola passò sotto
quello degli Aragonesi.
Nel 1348, l'isola fu investita dalla peste, la morte nera,
portata dalle navi che venivano dal Levante.
Dopo 90 anni di guerra tra Angioini e Aragonesi, nel 1372 si
raggiunse la pace: l'isola rimase alla Casa d'Aragona e al
sovrano fu finalmente riconosciuto il titolo di Re di Sicilia.
Nel 1395 fu incoronato Re di Sicilia Martino il Giovane, che,
appena diciottenne, aveva sposato Maria d'Aragona, figlia di
Federico III. Morì nel 1409 senza eredi legittimi. Il
Parlamento Siciliano si riunì a Taormina, nel Palazzo Corvaja,
e nominò successore il padre, Martino il Grande.
La
guerra dei trent’anni, scoppiata nel 1618, obbligò la Spagna
a sostenere enormi spese e la Sicilia fu costretta a contribuire
con grosse sovvenzioni.
Nel
1713, con la pace di Utrecht, la Sicilia, tolta alla Spagna,
venne assegnata a Vittorio Amedeo
II di Savoia, con titolo e dignità di regno.
Il suo breve regno fu caratterizzato dalla lotta con il papa per
i diritti di legazia ecclesiastica (privilegio del sovrano di
esercitare la giurisdizione anche in materia ecclesiastica). Nel
Giugno del 1714, Vittorio Amedeo II
visitò Taormina assieme alla moglie, Anna d'Orleans.
Durante la dominazione dei Savoia la Spagna si preparava per
riconquistare la Sicilia. Per impedire l'occupazione spagnola
Vittorio Amedeo II promosse
un'alleanza tra Austria, Inghilterra e Francia. L'Austria accettò
d'impegnarsi alla condizione che, sconfitta la Spagna, la
Sicilia fosse passata sotto il dominio degli Asburgo. Per
compensare la perdita della Sicilia, i Savoia avrebbero avuto in
cambio la Sardegna.
Seguì una guerra sanguinosa, che si concluse, nel 1718, con la
sconfitta degli spagnoli.
In virtù dell'accordo tra gli alleati la Sicilia passò agli
Asburgo. L'occupazione austriaca nell'isola durò circa 3 anni.
Nel 1734, con la pace di Vienna, la Sicilia tornò agli
Spagnoli, regnante Carlo
III di Borbone. Fu così ricostituita l'unità del regno
di Sicilia e di Napoli (il regno, cioè, delle due Sicilie).
In questo periodo l'epidemia di peste che colpì Messina nel
1743 lasciò indenne Taormina, com'è testimoniato dalle patenti
di sanità che venivano rilasciate ai residenti.
L’illuminismo fece sentire gli effetti anche nell'isola.
Nonostante la monarchia assoluta, furono avviate riforme in ogni
campo. In particolare, furono limitati i poteri della feudalità
e cessarono i privilegi del clero (foro ecclesiastico, esenzioni
e manomorta). Il Sant'Uffizio, famigerato organo
dell'Inquisizione, venne soppresso. Si diffusero gli studi
giuridici, filosofici e letterari.
Furono eseguite importanti opere che interessarono Taormina, tra
le quali la strada Messina-Catania e quella che dal mare porta
in città (l'attuale via Pirandello).
Nel 1808, Ferdinando di Borbone, re delle due Sicilie, visitò
Taormina. In ricordo dell’evento, nella parte alta di Porta
Messina, fu posto lo stemma della casa Borbonica: un'aquila che
nutre due aquilotti. Il dominio spagnolo dei Borboni durò fino
al 1860. Le idee del Risorgimento e i sentimenti di libertà e
unità nazionale avevano ormai da tempo infiammato anche molte
menti e cuori siciliani.In questo periodo a Taormina si formò
un comitato retto dal capitano Luciano Crisafulli, che si
dimostrò abile stratega, riuscendo ad evitare uno scontro, che
poteva diventare molto cruento, con un contingente borbonico in
ritirata, guidato dal generale Clary. I garibaldini giunsero a
Taormina il 3 agosto del 1860, al comando di Nino Bixio, che
dormì in casa del barone Giovanni Platania.
Nell'autunno dello stesso anno la Sicilia venne annessa al
Piemonte e, quindi, al Regno D'Italia.
Taormina cessò di essere al centro delle vicende politiche e
militari della Sicilia.
Profumata di zagara e di gelsomini, con i suoi stupendi
panorami, con la dolcezza del suo clima, con la sua ricca storia
e i suoi preziosi monumenti, andò trasformandosi in un centro
turistico internazionale, sempre più rinomato e ricercato.
Avendo
trascorso la prima parte della giornata visitando l’antico
sobborgo, abbiamo potuto scorgere alcune delle testimonianze di
questi popoli che per vari secoli hanno influenzato il
progredire di questa città.
Abbiamo notato inoltre come sia ricorrente l’affluire
di turisti da varie parti del mondo interessati a riscoprire una
parte di quella storia che non deve andar perduta.
Parte
fondamentale della giornata, è stata la visita al teatro Antico
di Taormina.
Il Teatro Antico non è soltanto un pezzo del patrimonio
archeologico di Taormina, ma è anche un luogo d’incomparabile
bellezza panoramica. L’occhio spazia dalla baia di Naxos, alle
coste calabre, all’Etna, a Castelmola.
E’ greco o romano? Su questo interrogativo si sono cimentati
esperti e critici. La risposta più probabile è che sia stato
costruito in epoca greca e ristrutturato ed ampliato in epoca
romana. Una prova che il teatro sia di origine greca è data
dalla presenza, sotto la scena, di blocchi di pietra di Taormina
(simili al marmo), che costituiscono il classico esempio del
modo di costruire dei greci. Si pensa che i Romani per
ricostruirlo abbiano impiegato decine d’anni. Le misure
attuali sono di 50 metri di larghezza, 120 di lunghezza, 20
d’altezza. Per dimensione è il secondo della Sicilia, dopo
quello di Siracusa. Si divide in tre parti: la scena,
l’orchestra e la cavea.
La parte più importante è la scena, che parzialmente conserva
la forma originale. Il muro scenico ha la lunghezza di m. 30 per
40. Due stanzoni laterali chiudevano la scena e la platea,
impedendo il passaggio al pubblico. Il tetto di essi era
costituito da due grandi terrazze, ancora esistenti.
La cavea è incavata nella roccia ed ha un diametro di 109
metri. E’ costituita dalla gradinata, che, partendo dal basso,
sale fino alla sommità. I primi posti della cavea erano
riservati alle autorità, mentre la parte alta era riservata
alle donne. La plebe sostava sulle terrazze, che non avevano
comunicazione con l’interno del teatro. Un ampio velario
riparava gli spettatori dal sole e dalla pioggia. La cavea era
divisa in cinque corridoi anulari e verticalmente da otto
scalette, formate da trenta gradini ciascuna. Le scalette
partivano dalla cavea e arrivavano in alto al muro terminale,
dove, in corrispondenza, si aprivano otto porticine, attraverso
le quali si accedeva al corridoio coperto. Nel muro terminale le
nicchie, ancora ben visibili, contenevano statue in esposizione.
L’orchestra, posta al centro, divide la scena dalla cavea. Ha
un diametro di 35 metri.
Per il rifacimento ed ampliamento del Teatro i Romani usarono
mattoni d’argilla e calce. Fu anche costruito un sistema di
canali per far defluire le acque piovane. E’ da annotare che
era decorato con colonne di marmo bianco e granito grigio.
Purtroppo, quasi tutte le colonne sono state perdute.
Il Teatro antico è una delle principali attrazioni di Taormina.
Perfettamente funzionante ed agibile, dopo aver ospitato per
anni il premio David di Donatello, la manifestazione
cinematografica più importante d’Italia, è sede oggi di
Taormina Arte, festival internazionale che dura tutto il periodo
estivo con la rassegna del cinema, del teatro, del balletto e
della musica sinfonica.
E dove, se non in questo meraviglioso spazio, ricolmo di
motivi storici, poteva meglio svolgersi la rappresentazione
teatrale, “MEDEA” di Euripide, alla quale con molto
interesse abbiamo assistito?
Il paesaggio
incantato, l’eccezionale Pamela Villoresi e la professionalità
di tutti gli attori,hanno consentito la positiva realizzazione
dell’opera.
Medea,
figlia del re Eeta e dell’oceanide Idia, fu protagonista del
mito degli Argonauti.
Innamorata di Giasone lo aiutò ad impossessarsi del
vello d’oro e partì con lui alla volta della Grecia.
Dopo aver seguito il marito a Corinto con i figli, scopre
che lo stesso vuole cacciarla dalla città e sposare la figlia
del re Creonte.
Volendosi vendicare, ottiene il rinvio di un giorno della
sua partenza e per di più viene ospitata ad Atene presso il re
Egeo. A questo punto finge di riconciliarsi con Giasone e manda
alla sposa dei regali portati dai figli: vestiti bellissimi,
imbevuti di veleno.
In
seguito alla morte del re Creonte e di sua figlia, non avendo
ancora colmato il desiderio di vendetta, Madea uccide i suoi
stessi figli e fugge.
Nonostante
la temperatura atmosferica sotto la media, siamo ugualmente
riusciti a carpire le emozioni che istante per istante ci
venivano trasmesse.
Suggestivo l’allestimento del palco e suggestivi anche
i costumi che richiamavano molto quelli dell’antica tradizione
greca facendoci viaggiare indietro nel tempo.
Alla fine dell’esilarante tragedia siamo partiti per il
rientro, non senza l’augurio che in futuro un’esperienza del
genere possa ripetersi.
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LA
CLASSE III A
(Liceo
Scientifico) |
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